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NON FATE STUDIARE ARCHITETTURA AI VOSTRI FIGLI
09 Dicembre 2014

NON FATE STUDIARE ARCHITETTURA AI VOSTRI FIGLI

NON FATE STUDIARE ARCHITETTURA AI VOSTRI FIGLI
Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena. Se lo fate per il successo, per il denaro, per la fama, insisto, è un consiglio spassionato: lasciate perdere. Avreste speso i soldi delle tasse universitarie, del computer, dei costosissimi testi scolastici, assolutamente per nulla. È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo. Vi ritrovereste con figli frustrati, incapaci di relazionarsi col mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, né carne né pesce, insomma. Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri. Un incubo. Vi descriveranno gli architetti come inconcludenti, con la testa sempre fra le nuvole, come arroganti, omosessuali (se maschi), galline (se femmine), artistoidi, tecnigrafoidi, incomprensibili, insensibili, ipersensibili, arredatori, con pessimo gusto, con ottimo gusto ma cari, carissimi, costosissimi. Lo volete così vostro figlio? Perché fargli questa cattiveria? Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate l’infinita pazienza di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d’ispezione, e tutto gratis o per un rimborso spese ridicolo, giusto il costo dei panini e della tessera mensile del tram. Tutto questo per poter mettere sul curriculum, dopo essere stato spremuto come un limone per anni e buttato fuori come di routine dallo studio (mai affezionarsi troppo ai propri sottoposti), di aver lavorato per lo stimato professionista. Che non serve a nulla. Perché se si va a fare un colloquio con un altro stimato, stimatissimo professionista, si ritorna nel girone infernale dei pozzetti d’ispezione e dei rimborsi spese ridicoli. E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico che ti guardano ridacchiando sotto i baffi, trattandoti come una burba in una caserma punitiva o, peggio, per sperduti uffici di geometri specializzati in pratiche catastali. Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono tutti da anni: «Ma sei un architetto d’interni o di esterni?» E tu che proprio non sai rispondere, perché la domanda è assolutamente incomprensibile: dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L’architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare, che uno si fermi agli interni ed un altro si occupi solo degli esterni? Ma l’architettura non era il gioco sapiente dei volumi sotto la luce del sole? Non era una totalità inscindibile? E tu allora citi il sociologo urbano, il filosofo, il poeta, e tutti ti guardano scuotendo la testa (questi architetti! Bah!): c’è da finire quella pratica, ci vai tu a fare la fila al catasto? Lo volete così vostro figlio? Alle cinque del mattino, in fila fuori dal catasto urbano, dopo aver firmato un foglietto tutto scarabocchiato, una lista volante autoprodotta da decine e decine di praticanti che si sono alzati alle quattro e sono arrivati prima di te e aspettano pazienti, al freddo, chi in macchina, chi saltando sui gradini dell’ufficio ministeriale, che il catasto apra, che un impiegato pietoso raccolga la lista e faccia l’elenco ufficiale, ricalcato da quello appeso fuori dal portone. E tu lì, per ore, in fila, magari con un libro in mano; l’ultimo saggio di uno storico dell’arte, o di un economista urbano (li riconosci subito al catasto, gli architetti: sono quelli che leggono i libri. Gli altri, giustamente, se ne fottono: al massimo hanno «La Gazzetta dello Sport» sotto braccio). E fai pena. Inutile girarci attorno: fai pena. Neppure te la ridi, sei ancora lì convinto che la tua sia una professione intellettuale, che l’architettura possa cambiare il mondo. E gli altri, quelli che con i soldi tirati su con il catasto se ne vanno alle Maldive d’inverno e tornano abbronzati e tonici, ti guardano sprezzanti: ma cosa hai studiato a fare architettura se poi te ne stai qui a fare la fila come noi? Già, perché? Ed è così che inizia quella che io chiamo la geometrazione dell’architetto. Insomma, un bel «vaffanculo» al mondo, all’arte, all’università. Un bel « andate a cagare» alle notti insonni passate a finire quel concorso internazionale d’architettura fatto con altri quattro sfigati compagni di corso (che tanto non vincerai!), un «ma che cazzo me ne frega» dell’ultima mostra a Basilea o alla biennale di Venezia, con te che raccatti su i soldi del viaggio e dormi in ripari di fortuna pur di esserci, un «prenditelo nel culo» al barone universitario che ti fa interrogare migliaia di studenti al posto suo senza neppure pagarti un caffè. Ma basta, insomma. BASTA! C’è da fare una lottizzazione selvaggia? Eccomi. C’è da demolire una cascina (le tue amate cascine che avresti rilevato mattone dopo mattone con una cura maniacale, per poterle conservare a futura memoria) per farci un ipermercato? Ci penso io. C’è una variante in corso d’opera da fare per mascherare un abuso edilizio? Dove si firma? Stile? Linguaggio? Analisi urbana? Lettura del territorio? Qualità progettuale? Eco-compatibilità? Rispetto della memoria? Innovazione? Andatevene tutti a fare in culo! Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d’Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola. Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso. Eccomi, Italia. Fa’ di me quello che vuoi. È questo, vi chiedo, quello che volete per il futuro dei vostri figli?
La mia, ve lo assicuro, è la voce dell’esperienza. Essì che lo sapevo, non posso fingere, non posso dare colpa ad alcuno. lo lo sapevo. Quando diciottenne scelsi la facoltà di Architettura, io, il primo della famiglia ad aver studiato, il primo a prendere un diploma, io che volevo fare l’università, cosa già di suo difficile da spiegare a mio padre che neppure sapeva cosa fosse, lui che già mi vedeva orgoglioso a fare il geometra comunale, io lo sapevo - altro che! - come sarebbe andata a finire. Proprio quell’estate del 1984, me la rammento come fosse ieri mattina, lessi un’intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista ad un certo punto chiese un consiglio da dare al giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: «Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi ». E io, figlio di morti di fame, come trovai arroganti quelle parole. lo, figlio di semianalfabeti, che rabbia furiosa mi montò nei confronti di quel trombone accademico. lo, che pulivo cessi la sera per pagarmi le tasse universitarie come volevo dimostrarglielo a quel signore che non è da dove vieni che fa la differenza, ma il tuo valore personale. Povero illuso, quanto mi sbagliavo.
Perché Gregotti aveva ragione. Le sue parole erano dure, ma sincere. In Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica, mettiamocelo in testa una volta per tutte. Fare architettura, in Italia, è innanzitutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale, di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che, a parità di qualità creativa, non sono riusciti e non riusciranno mai neppure a fare una villetta in campagna? Che ne è di quelli che, dopo armi a disbrigare le pratiche accademiche dei loro baroni, esasperati da quindici anni di precariato intellettuale mollano tutto e vanno a fare i tecnici comunali? Che ne è di un paio di miei compagni di facoltà, con un talento espressivo addirittura commovente, che ora padri di famiglia si barcamenano con pratiche comunali, perizie immobiliari, dichiarazioni di inizio attività, computi metrico-estimativi? Rido tutte le volte che sento la lagna degli “scrittori” nazionali che si lamentano di non essere pubblicati e immaginano macchine editoriali feroci, perverse, nelle mani di incolti mafiosi e critici compiacenti che vietano la gloria imperitura dei loro romanzi, delle loro sillogi poetiche. Idioti. Ringraziate il cielo che avete deciso di fare gli scrittori nella vita, baciatevi i gomiti! Non avete idea di quanto sia più semplice pubblicare un libro che progettare e costruire un edificio! Nessuno vi ha obbligato a studiare per anni, a prendervi una laurea, a superare un esame di stato, prima di mettervi a scrivere. Nessuno vi proibirà mai di scriverli i vostri romanzi. E anche se non verrete mai pubblicati, nessuno vi vieterà mai di vergarle le vostre poesie. Nessuno vi toglierà mai l’illusione di una scoperta tardiva o postuma. Nessuno vi proibirà mai di esprimere il vostro mondo interiore. Tutto ciò è assolutamente precluso ad un architetto. O hai una commessa, e poi un’altra e un’altra ancora, oppure il tuo mondo interiore, il tuo linguaggio, la tua voce progettuale non si esprimerà mai! In fondo è persino semplice da capire: progettare anche una semplice ristrutturazione prevede una spesa consistente, centinaia di migliaia di euro. Affidereste il vostro denaro a degli sconosciuti? I poveracci, quando accollandosi un mutuo trentennale riescono a comprarsi un appartamento, non vanno oltre: magari spostano un tramezzo, cambiano i sanitari, ma tutto finisce lì. Ma se, e stiamo parlando di un semplice appartamento, la ristrutturazione diventa qualcosa di più, occorrono denari molti denari. E nessuno spende i soldi senza assicurarsi di darli nelle mani di persone fidate. Magari amici di famiglia, gente del giro, conosciuti a Courmayeur durante il ponte di Sant’Ambrogio, o a teatro, o a quell’agriturismo vicino a Cortona… ci siamo capiti, no? Altrimenti come mi spiego che di tutti i miei compagni di corso quelli che hanno iniziato a lavorare subito, appena laureati, erano (e sono) figli di industriali, ambasciatori, manager, avvocati e, ovviamente, stimati architetti? Ottime persone, alcune di grandi qualità intellettuali e progettuali, ma loro, appena appeso il diploma di laurea alla parete dello studio nuovo nuovo, hanno progettato le fabbriche per lo zio, o la villa al lago per la nonna. Loro, da ragazzini, andavano nel liceo giusto, e i loro compagni di classe nel frattempo sono diventati chirurghi, avvocati, dentisti, politici, manager. Cioè i loro naturali clienti. I miei compagni di classe delle medie, ora, nella migliore delle ipotesi fanno gli operai, nella peggiore i delinquenti. Che razza di commesse mi posso immaginare da parte loro? Studiare architettura genera architetti frustrati, in questo paese. Li volete così i vostri figli?
Insomma, nonostante tutto insistete? Davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolge dantesche che sono le facoltà di architettura italiane? Sì? Be’, allora fatelo. Fatelo davvero. Perché, in fondo, se non siete i genitori ricchi consigliati da Gregotti, se nulla vi aspettate da quelle aule, se nulla programmate di concreto per il futuro dei vostri figli e siete fervidi credenti nella provvidenza divina, di certo state facendo frequentare loro la più bella delle facoltà universitarie, la più stimolante, la più variegata. Perché l’architettura è una disciplina che si pone in un crocevia dove soffia da una parte il vento della cultura umanistica e dall’altra
quello della cultura scientifica e dell’innovazione. Perché un architetto deve sapere di tecnologia, di sociologia, di storia dell’arte, di restauro, di tecnica delle costruzioni, di estetica, di urbanistica, di composizione.
Perché è l’ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano nessuno o pochissimi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarlo un lavoro, qualunque lavoro. Perché la disciplina dell’architettura prevede una flessibilità mentale, una capacità di adattamento alle situazioni, un senso del progetto, che servono a prescindere dal lavoro che stai facendo. Perché un architetto è, in soldoni, un coordinatore di processi complessi, è come il regista di un film, che non recita, non scrive il soggetto, non compone la colonna sonora, non si occupa del montaggio, dell’editing, del casting. Eppure fa tutto, è dappertutto, parla con tutti, con ognuno ha qualcosa da dire. Ecco la grandezza di questa disciplina, ecco perché è bello studiarla. E non solo. L’altro grande dono che ti dà è lo sguardo. La capacità di interpretare lo spazio, di dialogare con le forme - urbane o minute, quotidiane o storiche - , di comprendere il potenziale iconografico del reale e del virtuale. Questo ti dà lo studio dell’architettura.
Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto a costo proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi di CAD, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare.
Poi però mandatelo subito all’estero. Ché qui non c’è speranza.


[da Metropoli per principianti, di Gianni Biondillo, Ugo Guanda Editore, Parma, 2008]